PRESENTAZIONE

Utente: cuddruriaddri
Nome: Robert Strange



Robert Strange è lo pseudonimo di un ragazzo calabrese di tanto tempo fa, ormai uomo, che al tempo delle scuole superiori decide di mettere su foglio il suo sentire così contrastante con le mode e l’agire di quel tempo. Ed ancora oggi – direi soprattutto oggi – si sente “fuori posto†nel vivere affannoso e apparentemente gaio dei nostri giorni. È soltanto da un paio di anni che ha deciso di rendere pubblici i suoi pensieri in forma di poesia ed anzi a cercare, attraverso nuovi scenari di comunicazione – vedi internet – il modo più semplice per comunicare facendo dell’immediatezza il suo principale obiettivo. Per questo motivo ha cominciato a frequentare vari siti di poesie dove pubblica i suoi scritti ed interagisce con poeti valenti dai quali cerca di imparare quanto più possibile sul modo di fare poesia. Non è detto che da questa frequentazione abbia saputo ottenere una migliore capacità nella composizione o nell’apprendimento di tecniche di scrittura, è certo, però, che ha trovato un “mondo†dove, grazie alla capacità del “mezzo†nell’annullare le distanze e qualsiasi tipo di diversità, sia essa di cultura o di appartenenza, ha trovato commistione di sentimenti e di idee che, poi, non sono altro che il giusto mix per uno scrivere che sappia dare emozioni. E quanto segue è un insieme di valutazioni, di commenti alle poesie di Robert Strange da parte di alcuni poeti conosciuti in internet e di cui lo stesso “poeta†va fiero. Tra i suoi versi si può leggere di un gioco d'azzardo che si chiude senza troppe sorprese, il percorso di un ciottolo che viene sballottato qua e là verso un destino di inevitabile dissoluzione, la corsa di un banale oggetto di plastica verso un globale inquinamento... metafore di una vita che conosce il suo epilogo, la sua conclusione, il suo verdetto molto prima di raggiungere la pienezza, consapevole della sua precarietà, eppure... anche il gusto scanzonato dell'autoironia di fronte a giudici impietosi ma ridicoli, il desiderio di giocare con tutto quello che può consolare, attenuando il tarlo dei dubbi e dei sentimenti a perdere, i giochi di parole, le ricerche quasi ossessive di consonanti in congiunzioni cacofoniche capaci di oltrepassare il significato delle parole... e quelle parole raccolte e collezionate senza un motivo preciso, ma così affascinanti per il loro potere comunicativo, per la forza con cui possono condurre lontano dal grigiore piatto, in un mondo surreale, onirico, dove riaffiorano echi di sentimenti antichi, nostalgie dell'incompiuto, immagini bizzarre o contraddittorie che mimetizzano l'angoscia tra le apparenti stranezze dell'inconscio… Lo stesso autore da non molto tempo ha deciso di cimentarsi anche nella scrittura di brevi racconti che riguardano questo strano mondo che andiamo costruendo e del quale egli coglie gli aspetti più negativi. Piccole denunce di episodi ai quali, ormai, stiamo incredibilmente ed inevitabilmente abituandoci…


Sito personale: http://www.cuddruriaddri.it



La mia pretesa di fare musica...






<

Verifica la provenienza degli IP




Se invece vuoi conoscere il TUO IP
ed altre informazioni, cicca qui sotto

MIOIP


Programmazione films al cinema
in Clabria ed altrove...






ULTIMI COMMENTI
ARCHIVIO

oggi
marzo 2009
gennaio 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---

CATEGORIE
Le mie mete sul... WEB

La pagina di
Robert Strange su
POETILANDIA.COM





La pagina di
Robert Strange su
COLLEZIONE-ONLINE





Il blog di
Eleonora Ruffo Giordani





EVULON





Associazione PETRA





Collezione-Online




AMICI DI... BLOG

Il blog di Poetyca





Il blog di Primavera65




ULTIMI SCATTI
BOTTONI

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder


CONTATORE
WOP!WEB Servizi per siti web... GRATIS! WOP!WEB Servizi per siti web... GRATIS!
mercoledì, 25 marzo 2009

Sul pianeta del tempo ritrovato

Image and video hosting by TinyPic

Avevo cercato altri pianeti, altri abbracci da quando lei mi aveva lasciato. In compagnia del mio fedele elefante Babu, avevo abbandonato la terra in un giorno di pioggia, senza aspettare che l’arcobaleno rischiarasse un cielo, quello terrestre, che sentivo non appartenermi più. Babu, l’elefantino azzurro che mezzo mondo aveva ammirato negli spettacoli circensi, era voluto venire con me a tutti i costi, fuggendo da domatori crudeli che non facevano altro che trattarlo come un fenomeno da baraccone. Con me almeno, di certo, non avrebbe avuto più frustate.

Avevamo già esplorato due pianeti, entrambi abitabili ma deserti. Non era certo quel che volevamo: di desolazione il nostro cuore era già pieno. Io e Babu desideravamo due braccia che ci stringessero senza secondi fini, un mondo nuovo in cui essere parte di un sogno nel quale perdersi per il resto dei nostri giorni. E l’avremmo trovato, ne eravamo sicuri. Nei momenti difficili, persi tra stelle che non brillavano, tante volte l’elefantino azzurro mi aveva fatto coraggio, carezzandomi con la sua lunga e morbida proboscide, e tante volte io mi ero assopito sul suo grande cuore, nutrendomi di battiti sinceri. Sulla Terra, prima di partire, avevamo sentito parlare di un pianeta senza nome, abitato soltanto da una ragazza e dai fiocchi di neve più soffici e puri.

Lì e solo lì eravamo diretti. La ragazza si chiamava Elisa; era nata e cresciuta sulla terra, ma sentendosi costantemente un pesce fuor d’acqua, sentendosi a disagio tra gli umani, spesso egoisti e cattivi, all’età di vent’anni aveva deciso di trovarsi un pianeta tutto suo e di vivere lì, dipingendo quadri di una bellezza indicibile. Suo padre era un astronauta e lei, in un giorno d’Autunno, era partita con lui alla ricerca del pianeta senza nome, che anch’io e Babu presto speravamo di raggiungere per ritrovare il tempo perduto.

 

 

Elisa dipingeva spesso l'autunno e, in quegli istanti, il suo pensiero andava a quando, con suo padre, aveva intrapreso il viaggio per giungere sul pianeta senza nome.

Ancora oggi ricordava quel giorno: la sottile pioggia che scendeva pareva essere attesa da uomini e piante e il suo poggiarsi su ogni essere del creato sembrava una benedizione.

Il padre di Elisa, mentre lei giocava come una bambina a schizzare acqua pestando coi piedi  le pozzanghere che via via si formavano, era sceso nei campi e, incurante della pioggia che lo bagnava, aveva piantato i semi.

Quanta riconoscenza aveva verso quell'acqua che gli permetteva di avere un così morbido terreno da fargli bastare solo poca fatica per esser fecondato!

Ma poi, all'improvviso, tutto fu un boato...

La pioggia, che fino ad ora era caduta lenta, ad un tratto aumentò il suo ritmo, picchiettando forte da tutti i lati.

Tante volte si era detto che bisognava stare attenti a quella montagna che si ergeva al limite del loro paese.

Si sarebbe dovuta rimboschire;

la terra era troppo friabile e un giorno o l'altro sarebbe potuta crollare all'improvviso.

E così fu. A un tratto tutto fu fanghiglia.

L'insistenza pesante della pioggia, aveva fatto sì  che la montagna non riuscisse più a tenere per sè le zolle di terra che, espandendosi, inzuppate d'acqua, si dirigevano libere in ogni dove, ricoprendo e trascinando tutto ciò che incontravano.

Si sentivano urla acute e sommesse, veli e mantelli spessi di fango cominciavano a ricoprire ogni cosa e i bei colori contrastanti dell'autunno avevano lasciato il posto ad un unico colore sporco di poltiglia marrone.

Il papà di Elisa si salvò per miracolo da quella corsa di acqua e fango che invase ogni campo, ogni strada, ogni luogo, ogni anfratto e, seppure a fatica, riuscì a portare in salvo anche la figlia.

Così, dopo aver perso tutto e prestato soccorso alle persone in difficoltà, decisero di partire alla ricerca di un pianeta che forse esisteva solo nei loro sogni.

Con grande meraviglia, dopo un lungo girovagare per l'universo, lo trovarono.

Sul nuovo pianeta, c'erano momenti in cui Elisa si sentiva così privilegiata che il mare che dipingeva sembrava sprigionare la gioia dell'esistenza stessa.

I colori blu, azzurro, bianco, verde erano distribuiti così abilmente, da sembrare che su quella tela ci si potesse quasi tuffare.

Lei stessa tante volte, ad opera finita, avvicinava la mano al suo dipinto, speranzosa che una piccola ondina allegra potesse coinvolgerla in questo magico contatto e, siccome questo non avveniva mai, le stelle la sentivano ridere per aver creduto che in quel pianeta tutto fosse possibile.

Elisa si alzò di scatto, nella spaziosa capanna che lei stessa aveva costruito. Urtò uno dei suoi quadri che, cadendo, rotolò fuori, mostrando alle stelle un mare di girasoli voltati verso la luna. Dopo mesi e mesi di silenzio le sembrò di udire dei passi, diretti verso di lei e sempre più forti. Il padre dormiva ancora pesantemente, sbuffando come un cavallo che sprinta per battere i rivali. Elisa scelse di non svegliarlo, si fece coraggio e, impugnando il suo pennello come se fosse un’arma uscì, decisa a scoprire cosa stava accadendo. Il gelo penetrava nel suo vecchio pigiama in pile, così tanto che anche la pecorella disegnata sul petto sarebbe voluta scappare per tornare al tepore della capanna. La ragazza non si mosse, immersa in un silenzio che le faceva stringere e galoppare il cuore. Sentiva che stava per accadere qualcosa di grave, sarebbe voluta tornare indietro, ma sapeva che ormai era troppo tardi. D’un tratto, una mano grande e pelosa sbucò da dietro, da un’oscurità che neanche le stelle più luminose riuscivano ad accendere. Quella mano enorme stava per soffocarla, Elisa nulla poteva opporre a quella forza mostruosa. Il pennello le cadde dalla mano ancora tinta di giallo dai girasoli, “E’ finita”, pensò. Provò ad urlare ma dalla sua bocca non uscirono che flebili gemiti, pregò che suo padre o qualcuno venisse a salvarla e, quando fu sul punto di svenire, i suoi occhi annebbiati videro una strana forma di luce, intensa e allungata: una proboscide illuminata dalla costellazione di Orione afferrò l’enorme creatura pelosa dietro di lei e, in un batter d’occhio, la ricacciò nel buio profondo. Elisa sentì come un guaire, poi non vide e sentì più nulla.

Ferma e spaventata, Elisa sembrava un piccolo leprotto tremante che, sfuggito appena dalla morsa di una fiera, stremato ma sicuro di essere in salvo, cerca di riprendere fiato dopo lo scampato pericolo.

I suoi occhi, annebbiati dalla paura, davano allo sguardo un aspetto statuario, e il bagliore delle stelle adagiato sul suo viso, lo facevano apparire ancora più bello.

A dispetto di quella staticità corporea, il suo pensiero fluttuava tra mille immagini di ricordo e speranzoso futuro.

Erano frammenti reali e traboccanti di fantasia, dove ora l’uno ora l’altro giocavano a venirle per primi d’innanzi:

grandi distese di girasoli, delfini con ali su cui lei poteva volare, l’arcobaleno che espandeva in cielo i suoi colori, i poveri del suo paese che si riparavano dal freddo con dei cartoni, bambini felici che cantavano cori in tutte le lingue, lunghe corsie di ospedali, uomini e donne che si aiutavano tra loro, e alberi, e fiori, tanti fiori, papaveri, tulipani, un ruscelletto che scendeva da un monte, una barca, un faro.

E quel faro le diede un’emozione così grande che rimase fra i suoi pensieri come unica immagine, ed entrando in questa, Elisa cominciò a fantasticare.

Le piccole stelle lontane, che gareggiavano a luccicare fra loro, brillavano allegre nell’ immensità del cielo.

Il mare, attraversato da venti interni, pareva esser diverso da tratto a tratto.

Il maestoso faro di Elisa emetteva un imponente fascio di luce e faceva risaltare ora una zona di mare con le ondine, ora una zona liscia come l’olio; il raggio di luce sembrava carezzare la distesa d’acqua con delicatezza e allo stesso tempo dava l’impressione di frugare, intrigante, fra le onde.

Era affascinante vedere che lì, in quell’ angolo di mare, dove un attimo prima aveva regnato l’oscurità, adesso, al passaggio di quel raggio, tutto appariva luminoso, distinto, distinguibile, per poi ricadere nell’ombra e ancora nel buio fino al prossimo passaggio, dove di nuovo tutto si sarebbe riacceso come fosse la prima volta.

Quel faro, per lei, era come la vita.

Come quando tutto ti pare fermo, buio, senza speranza e poi di nuovo, invece, accade un fatto improvviso e ti sembra di rivivere, di respirare ancora nella luce da raggiungere.

Quel faro, chissà a quante navi aveva indicato la rotta per non perdersi.

Chissà quante vite si erano affidate a lui per rincontrare  cari ed affetti, per dare e ricevere baci e abbracci, per portare cibo e salute.

A quel pensiero, Elisa si svegliò di soprassalto.

E dal momento in cui si era spaventata ad ora, non erano passati che pochi minuti.

 

Il faro sparì pian piano lasciando il posto a un uomo sulla trentina, coi capelli ricci e lo sguardo penetrante. Non era bello, però Elisa vide che anche lui, come il faro, emanava una luce intensa, forse per tanti terrestri non visibile, ma per lei sì…

“Cos’era quell’essere che mi ha attaccato ?”, chiese all’uomo, con la voce ancora rotta dallo spavento.

Babu la fissava e sembrava sorriderle.

Morbidi fiocchi di neve cominciavano a sganciarsi dal cielo, per atterrare sulla deliziosa capanna e sul manto erboso che la circondava.

“Era uno Yeti. Ogni tanto se ne incontra qualcuno in giro per lo spazio. Non preoccuparti, di solito non tornano più nei luoghi dai quali sono stati scacciati”.

Dalle labbra di Elisa uscì un flebile “grazie”, ma dovette reprimere l’impulso di abbracciare quell’uomo vestito come un principe e il suo elefantino azzurro.

Proprio in quel momento, suo padre uscì dalla capanna sbadigliando, sorpreso che ci fossero degli ospiti. 

“Mi sono perso qualcosa ?”, disse, aggrottando la fronte.

“Sì, Papà…ti sei perso i miei salvatori”.

 

Io e Babu avremmo voluto subito perderci nel suo abbraccio, nonostante la conoscessimo da pochi secondi. Quante paure leggevo nei suoi occhi! Avrei voluto cancellargliele in un attimo, carezzarle il cuore e donarle tutta la felicità del creato.

L’aspetto del padre di Elisa, benchè fosse appena sveglio, pareva essere dolce e  autoritario e il suo timbro di voce deciso sembrava non avere bisogno di alcuna replica.

“Ah! Bene !” esclamo, “Loro sono i salvatori, allora per distinguerli li chiamerò:

Totò e Sasà “, poi, rivolgendosi ad Elisa con un sorriso abbozzato, le domandò:

“ E questi due insipienti da cosa ti avrebbero salvato?!”

“ Oh papà!” disse lei mortificata dal modo in cui suo padre si stava comportando con i nuovi arrivati.“ C’era uno Yeti, uno di quelli cattivi, stava per assalirmi e io ho avuto tanta paura e loro, per fortuna, lo hanno cacciato.”

“Lo hanno cacciato?” L’interruppe il padre sgranando gli occhi e portando la testa in avanti!

“E noi, secondo te, abbiamo attraversato l’universo per arrivare qui e far ciò che sulla terra consideravamo sbagliato? E dove sono i tuoi principi di ospitalità!?

Oh figlia mia, devi crescere!  Sei ancora ancorata a falsi pregiudizi. Ti ricordi quando da bambina ti leggevo il piccolo principe? Ricordi cosa chiese la volpe al piccolo principe?”

“Addomesticami”, disse lei

“E hai compreso il significato di questa parola?”

Elisa non fu tempestiva nella risposta e il padre continuò, scandendo la parola sillaba dopo sillaba. “ AD DO ME STI CA MI  e per addomesticar ci vuol pazienza, rispetto, costanza, amore. Se vuoi addomesticar un leone, non lo caccerai di certo per ogni ruggito…Tutti, ci mettiamo addosso una corazza per la paura di essere aggrediti, noi uomini come gli animali, e fino a quando non si comincia a cambiar questo sistema non ci sarà in nessun luogo un pianeta di pace. E allora, occorre che qualcuno sia disposto a vivere senza difendersi. Certo, all’inizio, sembrerà che l’indifeso sia soggiogato dal più forte ma, pian piano, il più forte capirà che non ha bisogno di mostrare la sua forza a nessuno e quindi, comincerà ad avere un rapporto paritario. Tu, allora, potresti dirmi che il lupo approfitterebbe così di ogni pecora, come l’uomo furbo dell’uomo ingenuo e invece no, mia cara figlia. Perché gli Uomini hanno una cosa che li accomuna, e questa è la possibilità di comunicare tra loro. Per comunicare intendo il reciproco scambio di pensieri, di idee, di sensazioni. Se il lupo sapesse parlare il pecorese, e la pecora il lupano, stai tranquilla, che già pecora e lupo si sarebbero trovati in perfetta alleanza per venir contro noi uomini. Non solo, noi uomini non abbiamo mai voluto imparare nessuna delle due lingue, ma non abbiamo voluto imparare neanche quella che ci dovrebbe accomunare come razza umana.”

Poi, rivolgendosi ai nuovi arrivati, continuò:

“ Ritengo che ci siate rimasti male per il mio giudicarvi insipienti senza conoscervi, ma  pensate a quanto sia rimasto male lo yeti venuto qui.”

Dopo un attimo di silenzio l’uomo riprese il suo discorso:

” Se io non fossi ospitale, voi due potreste essere considerati da me pericolosi come lo yeti. Immaginiamo che lo yeti sia ipoteticamente il lupo cattivo, o solo per sentito dire cattivo, e lo cacciamo;  voi potreste essere le pecore buone che si cibano della mia erba preferita. E allora, che fare?  Ancor prima di conoscervi, vi devo cacciare? Quindi se c’è posto per la pecora, ci sarà anche quello per lo yeti. E se tornerà, impareremo insieme ad addomesticarlo.”

E con un sorriso spiazzante, pieno di luce e di infinito, l’Uomo allargò le sue braccia per poi ricongiungerle accostando a sè figlia e nuovi arrivati.

Babu, che ancora non sapeva se lui fosse Totò o Sasà, sentì nel suo cuore una gioia immensa e percepì perfettamente che lì, tutti, stavano ricevendo tutta la felicità del creato mentre il cielo, colorandosi di indescrivibili tinte, continuava a regalare leggeri fiocchi di neve soffici e puri.

 

Certe volte, si vivono momenti così belli che sembra di sognare!

 

Elisa si risvegliò di colpo nella sua stanzetta, piena di quadri di Keith Haring alle pareti e di cartoline della Sicilia sul comodino. Babu, l’elefantino di pezza, le stava come sempre accanto. La ragazza si rammaricò che fosse solo un sogno, stava quasi per piangere, poi una voce la riportò nelle sue dolci fantasie, questa volta reali.

“Ecco cornetto e cappuccino, per la mia principessa”, le disse il suo principe, ai piedi del letto. Lei pianse e si lanciò subito ad abbracciarlo, lui sentì finalmente il cuore colmo di gioia, dopo anni di tribolazioni. Babu, invece, pensò che per il suo abbraccio c’era ancora tempo e mosse la sua proboscide verso la squisita colazione.

 

 

Image and video hosting by TinyPic

Carlo Bramanti & Daniela Lampasona



proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 14:53


permalink         commenti                      argomenti   -->   
venerdì, 09 gennaio 2009

Image and video hosting by TinyPic

L'ultimo abbraccio

di

Carlo Bramanti & Daniela Lampasona

 

L’estate stava finendo, come la mia illusione di avere accanto una persona che mi amasse davvero, per quello che ero. Il mare interno delle mie incertezze era ancora  più agitato della vasta distesa d’acqua che mi stava di fronte e che cullava barche con strani nomi, cui il mare aveva tolto una o più lettere. I pescatori buttavano reti fallate, oscillando nella voce turbata del mare, con occhi luminosi e bocche serrate, immersi in un silenzio squarciato, di tanto in tanto, da roboanti tuoni. I turisti di S’Archittu adesso fuggivano, dai loro sogni, dalle raffiche improvvise di vento, onde spumose entravano in un surreale arco di roccia e uscivano con tutta la furia cieca della natura  per spruzzare il cielo plumbeo, bagnando il mio viso e quello di una ragazza chiamata Illusione, che quel giorno, non potevo sapere, avrei baciato per l’ultima volta.

L’ultimo giorno a S’Archittu, l’ultimo con lei.

Sedevo nel suo morbido abbraccio, su uno scoglio reso ancora più scivoloso dai fuochi d’artificio di un mare che mai più sarebbe stato così affascinante e misterioso. Non so perché, mi voltai.

Lei, l’anziana signora che a piedi nudi sedeva sempre di fronte a queste magiche acque volgendo lo sguardo all’immensità, parve sbucare fuori da un sogno quieto; nessuno la notava, fuorché me, ma lei c’era sempre… seduta su un piccolo scoglio, lasciava che una dolce carezza marina le lambisse i piedi, impietosamente macchiati dal tempo andato. Aveva un’orchidea bianca in mano e l’aria di chi, in quell’odore d’infinito, stesse aspettando una farfalla iridescente, che si posasse sul suo cuore stanco ma colmo di tesori.

Chissà quante storie avrebbe potuto raccontarmi, chissà quante cose avrebbe potuto insegnarmi, pensavo nel mio ultimo abbraccio.

 

 Immerso in quell'abbraccio che mi pareva senza tempo, non mi resi conto che il cielo stava regalando altre lucenti gocce.

Esse cadevano, volteggiando in una leggiadra danza.

Era come però se ciascuna goccia non riuscisse mai a raggiungere un contatto con l'altra piccola perla d'acqua simile a lei.

La danza era per ognuna solitaria, come se fra di loro si sfuggissero, impaurite da quel misterioso unirsi nella caduta; così, divise e veloci, si tuffavano nel mare che pareva attenderle per disperderle e confonderle.

L'anziana donna, il cui sguardo fino ad ora era stato rivolto verso l'infinito, seduta sullo scoglio, pareva adesso divertirsi.

Con la sua orchidea, giocava a far entrare le gocce nel piccolo foro del fiore e si dondolava ora a destra ora a sinistra.

Chissà, pensai, se quello poteva essere un gioco occasionale o invece un passatempo ripetuto tante volte per sentir meno il peso della solitudine.

Quel suo cullarsi mi inteneriva e mi entrò nel cuore così tanto, da trasformare l'abbraccio che vivevo in una speranza che mi parve incrollabile.

Poi, vidi la donna tendersi in avanti, sempre più avanti, sempre più avanti...

"Ehi!, voi due, andate a bagnarvi da un'altra parte, non lo capite che qui è pericoloso?", urlò un pescatore che aveva rinunciato a lottare contro il mare.

E neanche sentì la goccia che quasi di nascosto gli si era posata sulla mano, a percorrere la sua linea di felicità oramai da tempo spezzata dalla morte improvvisa della moglie.

Sentì per un attimo, sul palmo, la carezza della donna che aveva amato più della sua stessa vita, poi Mattia, questo il nome del burbero pescatore, tornò al suo mare e, immerso negli occhi indelebili dell’amore, lo respirò con tutto se stesso.

 

 Sporgendosi, l’anziana donna vide il suo viso riflesso nell’acqua, ma non il suo viso di ora, quello di tanti anni fa. Fu un attimo, e in quell’istante infinito rivisse tutta la vita, quando ancora giovane e bella andava a sedersi sullo scoglio lasciando che l’acqua cristallina le carezzasse i piedi nivei e affusolati. Anche allora cercava quello che in fin dei conti tutti gli esseri umani cercano: un abbraccio sincero nel quale perdersi e condividere le gioie del mare e della vita. Anche se molti uomini l’avevano delusa, pensò, era valsa la pena cercare e mostrarsi per ciò che era sempre stata, con tutta la dolcezza di un cuore grande ma con mille debolezze dentro. L’abbraccio forte e sincero alla fine lo aveva trovato, in un giorno di mare agitato, in cui acque spumose entravano nell’arco di roccia e spruzzavano il viso degli innamorati d’infinite lacrime di gioia. L’uomo che l’aveva resa felice non c’era più, certo, ma lei lo sentiva dappertutto in quel luogo, lo rivedeva negli occhi dei ragazzi innamorati, nella voce passionale -come la prima notte insieme- del mare inquieto, nella carezza di quella farfalla macchiata di arcobaleno che tra un attimo l’avrebbe di nuovo raggiunta per scaldarle le mani tremanti e l’animo che odorava di spuma.

 “Mi scusi, signorina…posso sedermi sullo scoglio accanto a lei ?”

Un uomo sulla trentina, con un fisico statuario e un ciuffo alla Elvis, le si sedette accanto e lei non poté dire di no ai suoi grandi occhi azzurri.

La giovane e bella Lucia lasciava che il mare le carezzasse le estremità e porgeva il viso a un lembo terso di cielo, e alle perle d’acqua che adesso le si posavano sulle palpebre e sui lunghi riccioli dorati.

Ad un tratto sentì la mano dell’uomo sulla sua. Era vigorosa e dolce allo stesso tempo, come se una nuvola la carezzasse, come se quella giornata provenisse da un sogno che difficilmente avrebbe dimenticato.

Quando riaprì gli occhi, le bastò un attimo per smarrirsi in quelli dello sconosciuto, azzurrità che in un silenzio magico le schiudevano il cuore a un nuovo tempestoso mistero… era Amore?

A un passo dall’arco di roccia, sotto un fulgido e improvviso arcobaleno, si baciarono, senza dire nulla.

Fu allora che una farfalla senza colore, sbucata dai biancospini, sfiorò i loro visi bagnati e, leggiadra, volò verso l’indaco.

 

 I due visi accostati, l'uno di fronte all'altro, avevano descritto una strana forma.

Era come se due alberi avessero lasciato che le loro fronde cimose, spinte da un vento proveniente da lati opposti, si protendessero l'uno verso l'altro.

I rami, ancora tiepidi di sole, si sfioravano teneramente alla ricerca l'uno dell'altro e, nel leggero frugarsi, la linfa vitale raggiungeva anche le foglioline più nascoste.

L'accogliente calore di quelle labbra permetteva di potersi perdere in un ritrovato abbandono di sensazioni, dove tutti i sensi si esaltavano e si annullavano in un andirivieni di emozioni.

Così, all'improvviso, un bacio.

I battiti del cuore avevano perso la loro naturale sincronia e tumultuosi gareggiavano a sfidare il sorgere di spuma continua che il mare creava al suo battere vigoroso su uno scoglio. 

Storditi in questo magico labirinto di sensi, era difficile trovare la via che li potesse condurre in un sentiero più terreno.

Quanto tempo stettero lì?

Forse solo un attimo o forse solo una vita.

Il tempo alcune volte non si può misurare.

" Non chiedermi chi sono",  le disse lei , appena potè, portandogli due dita sulla bocca e pressando leggermente le sue labbra calde.

" Forse sono quest' aria fresca che ti passa fra i capelli, o forse sono...la vedi? Quella farfalla lì senza colore! O chissà, forse sono solo una donna...una donna vera o creata dalla tua fantasia... che importa! Ciò che importa è che sono qui".

"Ecco cosa mi ha donato oggi il mare...te! Tante volte, quando le acque tempestose stavano per avvolgere la mia barca e io invece vincevo onda su onda, ho sempre chiesto al mare perchè in ogni lotta mi facesse degno di vittoria. Il mio ricco pescato era un approdo solitario, mai una mano alzata in gesto di saluto, mai un abbraccio o un viso caro in cerca del mio viso. Ora, mentre sei qui, di fronte a me e ti guardo, così leggiadra e forte, capisco che il mare sapeva già la nostra storia".

 

 “La farfalla è solo uno specchio e il segreto della vita è nascosto tra le sue ali color mare”, l’anziana Lucia sussurrò queste parole alle acque inquiete, poi si piegò in avanti e, ritrovando per un momento la forza d’un tempo, lanciò alle onde l’orchidea il cui biancore si confuse subito con la spuma, mentre suo figlio Mattia, da solo, si allontanava  pian piano dagli scogli sui quali era cresciuto, ora deciso a sfidare e a vincere, come anni prima suo padre, la tempesta e il mare. Lucia lo guardava in silenzio divenire un punto indistinto all’orizzonte insieme a “ Doria“, la piccola barca dalla carena scrostata che lei stessa gli aveva regalato per il suo diciottesimo anno di età. La barca oscillava, cullata dalle onde, come l’orchidea, e Lucia per un momento pensò che fossero la stessa identica cosa: la nascita di Mattia era stata il fiore più bello che la vita le aveva donato, ma ora sentiva che dovevano separarsi, che doveva lasciarlo andare, proprio perché l’amava. Un giorno si sarebbero rincontrati e lei l’avrebbe sentito libero da ogni paura: Mattia aveva ritrovato il coraggio che dalla morte della moglie gli era mancato, quello di rischiare e vivere.

Doria divenne un puntino verde speranza fino a sparire agli occhi di Lucia, le cui lacrime si confusero col mare, per divenire carezze future per chi un giorno, dopo di lei, si sarebbe seduto su quegli scogli e avrebbe creduto e atteso le ali di una farfalla color mare.

 

 

Col viso che le brillava ancora di scie di pianto, la donna si alzò dallo scoglio e, salutato con la mano l’infinito, affidò un bacio alla fresca aria di mare.

Lucia, ripiegata un po’su se stessa, si incamminò verso il sentiero, come se un masso pesante le fosse stato poggiato sulle spalle.

Il suo procedere iniziò lento e grave, forse come i suoi pensieri.

Eppure, man mano che camminava, le sembrò che il suo animo si andasse sempre più liberando da qualcosa, che la sua andatura diventasse sempre più gaia, sempre più eretta.

Le parve che i polmoni si aprissero in maniera così ampia da permetterle di respirare un’aria piena di fragranze e profumi mai sentiti.

Le venne di cantare!

E cantò.

La sua voce intonata gareggiava col ritmo festante degli uccellini che, per niente spaventati, parevano accompagnarla lungo il suo incedere.

Cantava e ballava come una bambina spensierata.

Ogni tanto si fermava davanti ai ruvidi tronchi degli alberi, e carezzava le foglie capricciose che scendevano lungo i rami, e carezzava i fiori che straripavano di colori e di vita.

Tutto era una tenera attenzione nuova, lieta, gioiosa.

Che strano, pensò!

Proprio adesso che si sentiva priva di peso, le pareva invece di star lasciando delle impronte profonde.

Si commosse a quel pensiero e si sentì felice, mentre una piccola farfalla colore mare, posatasi sulla sua spalla, l’accompagnava sino alla fine di un dolce viaggio, ora senza rimpianti.

 

                                                                                     

 

 

 

 

Image and video hosting by TinyPic



proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 17:41


permalink         commenti                      argomenti   -->   
martedì, 08 aprile 2008
       
         
Ho visto i miei ricordi
        posati su un piatto d’argento.
        Il color ambra d’un campo di grano
        che il vento invita a danzare.
        Perché non mi parli?
        Lo sguardo nel nulla incantato
        lambisce le stelle,
        accarezza un desiderio
        d’avere impaziente.
        Siamo pietra e stagno
        o, forse, l’arco e la freccia
        nel contorto disegno
        che il destino ha tracciato?
        Vivo l’istante appena trascorso
        nel mio anelare al futuro
        e il tuo sapore antico
        mi porta frutti gustosi
        da cogliere senza assaggiare.
        Resto in un limbo di piacere
        ad intrecciare parole
        in collane di foggia diversa
        che adornino il collo ed il petto
        di soave madonna
        ch’è tale al mio triste vedermi
        lontano e miserrimo
        pescatore di vane speranze.
        E allora ti incontro.
        Qui.
        A margine del sentire empatico
        che vuole un vedere diverso
        dal tuo lontano apparire,
        effigie retorica idolatrata,
        iconoclasta presenza saltuaria
        nel mio strampalato divenire.
        E allora, sei quella che vorrei.


                05 Aprile 2008



proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 07:03


permalink         commenti                      argomenti   -->   sentimento
sabato, 26 gennaio 2008

Salta e rimbalza, la Coscienza;
talvolta arriva agli spigoli del cuore.
E come pallina impazzita
contro gli elastici di un flipper
schizza via per nuove direzioni
in cerca di un evento che la quieti.
Improbabile…
Risuona in echi della mente
il richiamo a più giusto sentire
che la smarrita e vilipesa ragione
- ultimo baluardo di saggezza –
vorrebbe trovare all’incasso.
Sordido anchorman da strapazzo
continua a diffondere brutture
da uno schermo che più piatto non si può,
vanto per noi mediocri umani,
da esporre incollato alla parete
d’un salotto in stile anni ’70.
E Coscienza ritorna ad agitarsi;
questa volta sembra volerlo trafiggere
il cuore “deluso e poi abbandonato”
come cantava tanto tempo fa
quello che abitava in Piazza Grande.
Ed era poesia.
Ma poi s’è perso…
Nel sistema che fagocita anche l’estro,
che promette gloria all’ingrosso
nei saldi sconvenienti d’un supermercato
che ci ostiniamo a chiamare TV.
Si mostra svestita la morale
in cambio di un’audience favorevole
ottenuta con scarsa originalità
mercificando fin troppo il sentimento.
Spinge ancora la Coscienza.
Ribellione vorrebbe.
Ma non è qui che può trovarla.
E poi è tardi, fra poco entro in scena.
Mi chiedi chi sono?
Il tronista di “Uomini e Donne”!
Touché…
21 Gennaio 2008


proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 00:53


permalink         commenti                      argomenti   -->   televisione, tempi moderni
mercoledì, 29 agosto 2007



    Inseguivo afflati asettici
    rimasti sovente inascoltati
    per dare ancora più senso
    ad un nulla persistente,
    rutilante nenia tediante,
    in cui trovare atarassia
    - liberatoria estasi d'incanto -
    a sembianza di empireo
    che desse l'agio liberatorio
    d'una panacea narcotica.
    Vegetativamente ignavo
    contavo i sospiri pesanti,
    l'uno sull'altro appiattito,
    vaga-mente in angusto
    di labirinti flaccidi e viscosi
    motivo d'impasse autogestita
    a pensieri non desiderati.
    Poi, tu…
    Il mondo alla rovescia
    in un fare di notte il giorno
    che ha dato ore alla mia vita
    di benessere al presente
    fino ad un delta euforico
    e giù nel mare scuro
    che bagnava indifferenza.
    E adesso è cosa semplice
    riuscire a navigare.



                28 Agosto 2007


proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 22:07


permalink         commenti                      argomenti   -->   amore, amicizia, sogno
sabato, 25 agosto 2007


            Corde tese
            di un violino
            in accordo dissonante
            liberano emozione
            che scavalca i limiti
            di una mente
            fin troppo razionale.
            Si lascia andare
            il cuore
            ad un adagio sentire
            i battiti sincronici
            offerti all’intesa musicale.
            Ode tutto il corpo
            un fremito
            su quella chiusa
            ch’è puro estro,
            regalia di note
            ad unisono vibrare.



                20 Agosto 2007


proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 12:28


permalink         commenti                      argomenti   -->   amore, ricordi, amicizia, sogno
mercoledì, 25 luglio 2007

Attraverso un prato d’ombre lucenti
in un mondo al contrario che lascia sgomenti,
la notte riflette pensieri suadenti
rimorchio ad un fare che ha pane e non denti.

Ti vedo pregante in quel sito straniero
che ha luci soffuse di un vago sembrare
e resto sospeso nel girovagare
lasciando alla mente quel solo pensiero

che parla di te come ancora presente
nel dire, nel fare, nel tuo essere ancora
la mano che cerco, più volte insistente,
se perdo la strada che porta a dimora.

E tu mi conduci a quei passi sicuri
fermo sostegno a mia tenue coscienza
che illumina un guado di reminiscenza
lasciando lo spazio ad un tempo che duri

quel tanto che basti a riprendere fiato,
vano mirare a un bersaglio mancato,
per poi ritrovarmi alla lotta di adesso
ché mai si può dire: nulla è successo.




        22 Luglio 2007



proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 18:40


permalink         commenti                      argomenti   -->   ricordi, sogno
sabato, 30 giugno 2007
         
          Sono in quanto vivo..
            e so di essere perchè mi muovo tra la gente
            che mi parla e sorride, a volte
            altre mi deride e m'inganna...
            Ma so di esistere.
            Fortunatamente....
            Mi adeguo al peggio
            e mi abituo al bello troppo in fretta
            per godermelo fino in fondo...
            Però mi piace esserci, comunque
            in questa vita frenetica
            illusoria e balorda... inevitabile.
            Purtroppo...
            Se si potesse scegliere
            deciderei di non viverla, questa vita...
            Di morire e rinascere,
            per incontrarti prima...

                30 Giugno 2007


proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 16:27


permalink         commenti                      argomenti   -->   amore, stagioni
giovedì, 21 giugno 2007

Mi piace pensar,

di non averti perso,

di camminarti accanto

tenendoci per mano

e dirci ancora un sussurrato

" tu sei mio amico".

Mi piace pensar

che un'altra strada c'è

da percorrere insieme,

con forza, coraggio, tenerezza.

Fulgido è il sole

e sempre fresca la giornata.

Mi piace pensar di dirti

grazie di questo gran bel dono.

E' stato inaspettato

e mi ha riempito il cuore

di mimosa.

Mi piace pensar che sei tornato.

Daniela Lampasona



proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 10:30


permalink         commenti                      argomenti   -->   
sabato, 21 aprile 2007

...ricorda alle stelle cadenti


…baci caldi, commossi
s'alzano dal cuore della terra
sotto i raggi del sole

Trasloca la longeva fase.
Cantore bellezza eleva,
rubini preziosi: costanza e lealtà.

Ubriaco di pioggia il cuore
si commuove tra la romantica
passione dei fiori.

Attende i cieli d'agosto.

Storie di vita scorsa celano
desideri svaniti, dolci
come il miele selvatico
e musica armoniosa.

L'occhio interiore penetra
le nebbie; stima le forze
cerca acque montane
e nidi d'aquila.

Danza con occhi di pianto
lo spirito tra vincoli di cristalli,
ricorda alle stelle cadenti:
pascoli di Luce


©

Eleonora Ruffo Giordani

26/02/06



proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 18:44


permalink         commenti (1)                     argomenti   -->   amore
domenica, 15 aprile 2007

Funambolismi retorici
sul filo d’illogica parvenza
comunicano un senso d’inquietudine
che più progredisce col tempo.
Immobilità pregna d’attesa
lascia campo al rimuginare
su precarietà già più volte venduta
come fosse richiesta d’aiuto.
Mi lascio alle spalle ronzii sommessi
di voci incalzanti che ammoniscono
il mio svogliato controcanto
che corteggia la luna traditrice.
Racconto sospiri nel vento
con incurante certezza
impallidita dalla luna tacita
- per una nota sola si respira vita -
come violino che accompagna
il rossore del giorno
Li accolgo e li incasello
oltre il confine del tempo andato
dove tutto era certezza
sulla falsariga di un sogno
che non ha più ali
Porterò fiori
ad adornare capelli sciolti
tra  le pieghe di quest'attesa
in punta di piedi
per essere ancora una volta
anima libera da lacci
e crescente colore
nascosto al giorno.


10 Aprile 2007

Poetyca & Robert Strange


proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 23:33


permalink         commenti                      argomenti   -->   malinconia, introspezione, disagi
sabato, 07 aprile 2007



proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 15:00


permalink         commenti                      argomenti   -->   
sabato, 31 marzo 2007

Sfugge filo leggero di vita

a dita tremanti e rugose

ansiose di tenerne il capo

ed è metafora che finge

e spinge l’ultimo respiro.

 

S’adagia mente laboriosa

che sente vicina la resa;

trascina pensieri molesti

già ieri respinti nel vuoto

vinti da speranze in oblio.

 

Si placa l’affanno del petto,

singulto di spasmo represso,

a dare sollievo al sentire

le ore filare la seta pregiata

per la veste dell’ultimo ballo.

 

È notte: cammino nell’ombra.

Osservo la luna che brilla

in un mondo di minuscole stelle

e varca la via delle tenebre

illuminando il sentiero ai miei occhi.


È una luce tenue all’orizzonte

che colora quest’anima buia

e trascina la mente a ritroso

in un passato mai stato.

Il pensiero si perde nel vuoto…



31 Marzo 2007

Terry & Robert Strange




proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 18:00


permalink         commenti                      argomenti   -->   malinconia, introspezione, tempi moderni
domenica, 18 marzo 2007
Amo.
D'un amore incontrollato,
parabolico crescente al limite
d'un asintotico andare al troppo
che mai si raggiunge per non strafare.
Soffro.
Appeso ad un pensiero stabile,
malessere ancestrale inconfessato
eredità d'un patetico mediare
ciò che sta tra il cuore e la ragione.
Attendo.
Esito inconfutabile già prescritto,
idiosincrasia tendente allo squilibrio
sfocia nel paradosso extra-sensoriale
che conduce al me stesso che vorrei.
Discuto.
Parole inutili di fiato perso
a convincimento di menti chiuse
poco allenate a un dialogo fattivo
che tutto sia fuorché prevaricare.
Spendo.
Tempo a latere di consuetudine;
su fogli bianchi raffiguro malesseri
che alimentano infinite spore di resistenza
in un continuo rigenerarsi d'assuefazione.
Rifuggo.
Pervadente bigottismo di facciata
di chi professa credenze religiose
a paravento di confessioni da celare
tipiche di chi è avvezzo al perbenismo.
Difendo.
Ogni minoranza che non abbia voce,
singola incomprensione palesata
che porti discrepanza nell'omologo sentire
e mi porti a nuovi mondi da vedere.
Vivo.
In fondo a tutto questo caos,
velleitario progredire all'abbandono
d'un intento comune di esistenza
priva di ogni inutile tormento.


18 Marzo 2007 


proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 22:59


permalink         commenti                      argomenti   -->   introspezione, spiritualità, inganni
sabato, 17 marzo 2007

Polvere di cielo


Il sole accompagna
i ritmi del giorno
brinda con la vita, regala
bagliori di silenzio e di mistero.

Onde d'ombra accarezzano
i pensieri al ricordo
dell'esule esistenza.

Tracce di storia sul volto sereno e stanco
una tenera ruga bocciol di viola
il viso adorna.

Il sentimento come aquila
spazia nell'infinito,
e riposa, poi,nello scrigno
dell'eternità dov'è custodito
quello credevo perduto: il dolore.

Nelle rigogliose lande del cuore
la voce dell'anima canta ancora
canzoni d'amore, dolce sinfonia .

Tenere lusinghe legano
al sensibile affetto.
La brezza spande sul sentimento
polvere di cielo.

©
Eleonora Ruffo Giordani

(dedicata ai miei Gracchi)



proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 13:36


permalink         commenti                      argomenti   -->   amore
sabato, 17 marzo 2007

Dolce ricordo


Quando il tuo sorriso diverrà poesia
e nei tuoi occhi

ci sarà un brillare intenso di stelle
ed il tuo cuore

sarà fagotto colmo di tenerezza allora,
solo allora, tu ricorderai.

Adesso ambigue e fugaci parvenze.
Quando sentirai il tuo animo
traboccare d'attesa
e quando il silenzio
non ti servirà più per l'immaginazione

allora, solo allora, tu vedrai.



©
Daniela Lampasona



proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 13:34


permalink         commenti                      argomenti   -->   amore
venerdì, 16 marzo 2007

Vita e speranze


La rima e il sogno
il sorriso e il lampo
per corse al galoppo
su vaste pianure
che accarezzano il silenzio

Frammenti e parole
odore di vita
che sprigiona speranze
respira nel tempo
anche l'ultimo attimo

Sii te stesso
sotto la pioggia
e in trafitture di sole
con le certezza nel pugno
e dove il dubbio ti fa inciampare

Perchè tutto è evanescente
e non lo puoi trattenere
oltre le pareti del cuore
tra parole non dette
e forza nel lasciare andare

16.03.2007 Poetyca




proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 17:05


permalink         commenti                      argomenti   -->   introspezione
mercoledì, 07 febbraio 2007

Senza petali un fiore è come nudo;
al freddo esporsi alle intemperie
sarebbe così facile bersaglio
da piegarsi di certo in un momento
anche al flebile sospiro d’un insetto
che per caso, cercando un lieve appiglio,
si posasse sull’esile suo stelo
per trovare riposo a un lungo viaggio.
Ma se intorno alla corolla così smunta
si mostrasse un vestito colorato
basterebbe appena un solo giorno
che, a vederlo, un cuore innamorato
lo raccolga e a guisa di conferma
lo spogli d’ogni petalo indovino
della sorte che destino ha riservato
a ciò che v’è riposto in fondo al cuore.
Non più sarebbe inutile soccombere
in fondo questa fine prematura
ma quasi una missione disperata,
soccorso ad un cuore tumultuoso
che cerca riprove al suo sentire
e priva quel fiore variopinto
della veste mostrata con fierezza
che il vento, ora, porta all’imbrunire. 

07 Febbraio 2007


proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 22:34


permalink         commenti (1)                     argomenti   -->   malinconia, stagioni, introspezione
sabato, 03 febbraio 2007
Non sono, sembro soltanto
e vivo a rilento, e affranto,
il divenuto e ciò ch'è da venire
come della sera all'imbrunire
il colore rossastro delle nubi,
che sembra tutto turbi
e confonde il cielo terso,
d'ogni speranza avverso,
per sciogliere l'arcano
che ogni tentativo è vano
se spinge a ricercare il vero
dove non semina il sincero,
così che chi si crede giusto
nel misero cervello angusto
ripone la pazienza ed il rispetto
ma sfoggia lustrini sopra il petto.
E attraversando il bosco
pregando un dio che non conosco,
se vedo in cielo quel colore
spero che domani sia migliore.


02 Febbraio 2007


proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 14:13


permalink         commenti                      argomenti   -->   stagioni, introspezione
domenica, 14 gennaio 2007

Mi si dice di avere un contegno
che meglio s’addica al mio ruolo
che contempli, almeno, il ritegno
ma di ciò non ne faccio gran duolo.
E quel tizio dal televisore
m’avverte che è giunto il momento
di andare a trovare un dottore
che si curi del mio smarrimento.
Al lavoro poi c’è qualcheduno
che si mette a guardare il mio aspetto:
«un pullover non sembra opportuno.»
Da domani, ci vado in doppiopetto!
Un esperto, non so di che cosa,
dispensa pareri da un settimanale
e dichiara che a volere una sposa
si sbaglia, se poi la si fa stare male.
All’alimentari sotto casa c’è una tizia
che si prende la briga di avvertirmi:
«dotto’ ‘sta suppressata è ‘na delizia!
Tenga, la provi, e dopo saprà dirmi…»
Un solone là sopra allo scanno,
canuto e curvato dal tempo,
più di uno ha fatto di danno
con dire noioso e saccente al contempo.
Di creme e rimedi alla vecchiaia
quasi tutti invitano a fare uso
per coprire una ruga od un’occhiaia
senza curarsi se c’è chi ne fa un abuso.
E di maghi in giro per l’Italia
se ne sente parlare fin troppo;
con fare intrigante e che ammalia
s’inganna chi sta in qualche intoppo.
M’è capitato ancora oggi di ascoltare
- che la mia pazienza m’assisti -
chi mi dice: «non ti allontanare,
ora avrai consigli per gli acquisti!»


14 Gennaio 2007


proposto da:   ROBERT STRANGE   più o meno alle 10:44


permalink         commenti                      argomenti   -->   tempi moderni
WOP!WEB Servizi per siti web... GRATIS!