Sul pianeta del tempo ritrovato
Avevo cercato altri pianeti, altri abbracci da quando lei mi aveva lasciato. In compagnia del mio fedele elefante Babu, avevo abbandonato la terra in un giorno di pioggia, senza aspettare che l’arcobaleno rischiarasse un cielo, quello terrestre, che sentivo non appartenermi più. Babu, l’elefantino azzurro che mezzo mondo aveva ammirato negli spettacoli circensi, era voluto venire con me a tutti i costi, fuggendo da domatori crudeli che non facevano altro che trattarlo come un fenomeno da baraccone. Con me almeno, di certo, non avrebbe avuto più frustate.
Avevamo già esplorato due pianeti, entrambi abitabili ma deserti. Non era certo quel che volevamo: di desolazione il nostro cuore era già pieno. Io e Babu desideravamo due braccia che ci stringessero senza secondi fini, un mondo nuovo in cui essere parte di un sogno nel quale perdersi per il resto dei nostri giorni. E l’avremmo trovato, ne eravamo sicuri. Nei momenti difficili, persi tra stelle che non brillavano, tante volte l’elefantino azzurro mi aveva fatto coraggio, carezzandomi con la sua lunga e morbida proboscide, e tante volte io mi ero assopito sul suo grande cuore, nutrendomi di battiti sinceri. Sulla Terra, prima di partire, avevamo sentito parlare di un pianeta senza nome, abitato soltanto da una ragazza e dai fiocchi di neve più soffici e puri.
Lì e solo lì eravamo diretti. La ragazza si chiamava Elisa; era nata e cresciuta sulla terra, ma sentendosi costantemente un pesce fuor d’acqua, sentendosi a disagio tra gli umani, spesso egoisti e cattivi, all’età di vent’anni aveva deciso di trovarsi un pianeta tutto suo e di vivere lì, dipingendo quadri di una bellezza indicibile. Suo padre era un astronauta e lei, in un giorno d’Autunno, era partita con lui alla ricerca del pianeta senza nome, che anch’io e Babu presto speravamo di raggiungere per ritrovare il tempo perduto.
Elisa dipingeva spesso l'autunno e, in quegli istanti, il suo pensiero andava a quando, con suo padre, aveva intrapreso il viaggio per giungere sul pianeta senza nome.
Ancora oggi ricordava quel giorno: la sottile pioggia che scendeva pareva essere attesa da uomini e piante e il suo poggiarsi su ogni essere del creato sembrava una benedizione.
Il padre di Elisa, mentre lei giocava come una bambina a schizzare acqua pestando coi piedi le pozzanghere che via via si formavano, era sceso nei campi e, incurante della pioggia che lo bagnava, aveva piantato i semi.
Quanta riconoscenza aveva verso quell'acqua che gli permetteva di avere un così morbido terreno da fargli bastare solo poca fatica per esser fecondato!
Ma poi, all'improvviso, tutto fu un boato...
La pioggia, che fino ad ora era caduta lenta, ad un tratto aumentò il suo ritmo, picchiettando forte da tutti i lati.
Tante volte si era detto che bisognava stare attenti a quella montagna che si ergeva al limite del loro paese.
Si sarebbe dovuta rimboschire;
la terra era troppo friabile e un giorno o l'altro sarebbe potuta crollare all'improvviso.
E così fu. A un tratto tutto fu fanghiglia.
L'insistenza pesante della pioggia, aveva fatto sì che la montagna non riuscisse più a tenere per sè le zolle di terra che, espandendosi, inzuppate d'acqua, si dirigevano libere in ogni dove, ricoprendo e trascinando tutto ciò che incontravano.
Si sentivano urla acute e sommesse, veli e mantelli spessi di fango cominciavano a ricoprire ogni cosa e i bei colori contrastanti dell'autunno avevano lasciato il posto ad un unico colore sporco di poltiglia marrone.
Il papà di Elisa si salvò per miracolo da quella corsa di acqua e fango che invase ogni campo, ogni strada, ogni luogo, ogni anfratto e, seppure a fatica, riuscì a portare in salvo anche la figlia.
Così, dopo aver perso tutto e prestato soccorso alle persone in difficoltà, decisero di partire alla ricerca di un pianeta che forse esisteva solo nei loro sogni.
Con grande meraviglia, dopo un lungo girovagare per l'universo, lo trovarono.
Sul nuovo pianeta, c'erano momenti in cui Elisa si sentiva così privilegiata che il mare che dipingeva sembrava sprigionare la gioia dell'esistenza stessa.
I colori blu, azzurro, bianco, verde erano distribuiti così abilmente, da sembrare che su quella tela ci si potesse quasi tuffare.
Lei stessa tante volte, ad opera finita, avvicinava la mano al suo dipinto, speranzosa che una piccola ondina allegra potesse coinvolgerla in questo magico contatto e, siccome questo non avveniva mai, le stelle la sentivano ridere per aver creduto che in quel pianeta tutto fosse possibile.
Elisa si alzò di scatto, nella spaziosa capanna che lei stessa aveva costruito. Urtò uno dei suoi quadri che, cadendo, rotolò fuori, mostrando alle stelle un mare di girasoli voltati verso la luna. Dopo mesi e mesi di silenzio le sembrò di udire dei passi, diretti verso di lei e sempre più forti. Il padre dormiva ancora pesantemente, sbuffando come un cavallo che sprinta per battere i rivali. Elisa scelse di non svegliarlo, si fece coraggio e, impugnando il suo pennello come se fosse un’arma uscì, decisa a scoprire cosa stava accadendo. Il gelo penetrava nel suo vecchio pigiama in pile, così tanto che anche la pecorella disegnata sul petto sarebbe voluta scappare per tornare al tepore della capanna. La ragazza non si mosse, immersa in un silenzio che le faceva stringere e galoppare il cuore. Sentiva che stava per accadere qualcosa di grave, sarebbe voluta tornare indietro, ma sapeva che ormai era troppo tardi. D’un tratto, una mano grande e pelosa sbucò da dietro, da un’oscurità che neanche le stelle più luminose riuscivano ad accendere. Quella mano enorme stava per soffocarla, Elisa nulla poteva opporre a quella forza mostruosa. Il pennello le cadde dalla mano ancora tinta di giallo dai girasoli, “E’ finita”, pensò. Provò ad urlare ma dalla sua bocca non uscirono che flebili gemiti, pregò che suo padre o qualcuno venisse a salvarla e, quando fu sul punto di svenire, i suoi occhi annebbiati videro una strana forma di luce, intensa e allungata: una proboscide illuminata dalla costellazione di Orione afferrò l’enorme creatura pelosa dietro di lei e, in un batter d’occhio, la ricacciò nel buio profondo. Elisa sentì come un guaire, poi non vide e sentì più nulla.
Ferma e spaventata, Elisa sembrava un piccolo leprotto tremante che, sfuggito appena dalla morsa di una fiera, stremato ma sicuro di essere in salvo, cerca di riprendere fiato dopo lo scampato pericolo.
I suoi occhi, annebbiati dalla paura, davano allo sguardo un aspetto statuario, e il bagliore delle stelle adagiato sul suo viso, lo facevano apparire ancora più bello.
A dispetto di quella staticità corporea, il suo pensiero fluttuava tra mille immagini di ricordo e speranzoso futuro.
Erano frammenti reali e traboccanti di fantasia, dove ora l’uno ora l’altro giocavano a venirle per primi d’innanzi:
grandi distese di girasoli, delfini con ali su cui lei poteva volare, l’arcobaleno che espandeva in cielo i suoi colori, i poveri del suo paese che si riparavano dal freddo con dei cartoni, bambini felici che cantavano cori in tutte le lingue, lunghe corsie di ospedali, uomini e donne che si aiutavano tra loro, e alberi, e fiori, tanti fiori, papaveri, tulipani, un ruscelletto che scendeva da un monte, una barca, un faro.
E quel faro le diede un’emozione così grande che rimase fra i suoi pensieri come unica immagine, ed entrando in questa, Elisa cominciò a fantasticare.
Le piccole stelle lontane, che gareggiavano a luccicare fra loro, brillavano allegre nell’ immensità del cielo.
Il mare, attraversato da venti interni, pareva esser diverso da tratto a tratto.
Il maestoso faro di Elisa emetteva un imponente fascio di luce e faceva risaltare ora una zona di mare con le ondine, ora una zona liscia come l’olio; il raggio di luce sembrava carezzare la distesa d’acqua con delicatezza e allo stesso tempo dava l’impressione di frugare, intrigante, fra le onde.
Era affascinante vedere che lì, in quell’ angolo di mare, dove un attimo prima aveva regnato l’oscurità, adesso, al passaggio di quel raggio, tutto appariva luminoso, distinto, distinguibile, per poi ricadere nell’ombra e ancora nel buio fino al prossimo passaggio, dove di nuovo tutto si sarebbe riacceso come fosse la prima volta.
Quel faro, per lei, era come la vita.
Come quando tutto ti pare fermo, buio, senza speranza e poi di nuovo, invece, accade un fatto improvviso e ti sembra di rivivere, di respirare ancora nella luce da raggiungere.
Quel faro, chissà a quante navi aveva indicato la rotta per non perdersi.
Chissà quante vite si erano affidate a lui per rincontrare cari ed affetti, per dare e ricevere baci e abbracci, per portare cibo e salute.
A quel pensiero, Elisa si svegliò di soprassalto.
E dal momento in cui si era spaventata ad ora, non erano passati che pochi minuti.
Il faro sparì pian piano lasciando il posto a un uomo sulla trentina, coi capelli ricci e lo sguardo penetrante. Non era bello, però Elisa vide che anche lui, come il faro, emanava una luce intensa, forse per tanti terrestri non visibile, ma per lei sì…
“Cos’era quell’essere che mi ha attaccato ?”, chiese all’uomo, con la voce ancora rotta dallo spavento.
Babu la fissava e sembrava sorriderle.
Morbidi fiocchi di neve cominciavano a sganciarsi dal cielo, per atterrare sulla deliziosa capanna e sul manto erboso che la circondava.
“Era uno Yeti. Ogni tanto se ne incontra qualcuno in giro per lo spazio. Non preoccuparti, di solito non tornano più nei luoghi dai quali sono stati scacciati”.
Dalle labbra di Elisa uscì un flebile “grazie”, ma dovette reprimere l’impulso di abbracciare quell’uomo vestito come un principe e il suo elefantino azzurro.
Proprio in quel momento, suo padre uscì dalla capanna sbadigliando, sorpreso che ci fossero degli ospiti.
“Mi sono perso qualcosa ?”, disse, aggrottando la fronte.
“Sì, Papà…ti sei perso i miei salvatori”.
Io e Babu avremmo voluto subito perderci nel suo abbraccio, nonostante la conoscessimo da pochi secondi. Quante paure leggevo nei suoi occhi! Avrei voluto cancellargliele in un attimo, carezzarle il cuore e donarle tutta la felicità del creato.
L’aspetto del padre di Elisa, benchè fosse appena sveglio, pareva essere dolce e autoritario e il suo timbro di voce deciso sembrava non avere bisogno di alcuna replica.
“Ah! Bene !” esclamo, “Loro sono i salvatori, allora per distinguerli li chiamerò:
Totò e Sasà “, poi, rivolgendosi ad Elisa con un sorriso abbozzato, le domandò:
“ E questi due insipienti da cosa ti avrebbero salvato?!”
“ Oh papà!” disse lei mortificata dal modo in cui suo padre si stava comportando con i nuovi arrivati.“ C’era uno Yeti, uno di quelli cattivi, stava per assalirmi e io ho avuto tanta paura e loro, per fortuna, lo hanno cacciato.”
“Lo hanno cacciato?” L’interruppe il padre sgranando gli occhi e portando la testa in avanti!
“E noi, secondo te, abbiamo attraversato l’universo per arrivare qui e far ciò che sulla terra consideravamo sbagliato? E dove sono i tuoi principi di ospitalità!?
Oh figlia mia, devi crescere! Sei ancora ancorata a falsi pregiudizi. Ti ricordi quando da bambina ti leggevo il piccolo principe? Ricordi cosa chiese la volpe al piccolo principe?”
“Addomesticami”, disse lei
“E hai compreso il significato di questa parola?”
Elisa non fu tempestiva nella risposta e il padre continuò, scandendo la parola sillaba dopo sillaba. “ AD DO ME STI CA MI e per addomesticar ci vuol pazienza, rispetto, costanza, amore. Se vuoi addomesticar un leone, non lo caccerai di certo per ogni ruggito…Tutti, ci mettiamo addosso una corazza per la paura di essere aggrediti, noi uomini come gli animali, e fino a quando non si comincia a cambiar questo sistema non ci sarà in nessun luogo un pianeta di pace. E allora, occorre che qualcuno sia disposto a vivere senza difendersi. Certo, all’inizio, sembrerà che l’indifeso sia soggiogato dal più forte ma, pian piano, il più forte capirà che non ha bisogno di mostrare la sua forza a nessuno e quindi, comincerà ad avere un rapporto paritario. Tu, allora, potresti dirmi che il lupo approfitterebbe così di ogni pecora, come l’uomo furbo dell’uomo ingenuo e invece no, mia cara figlia. Perché gli Uomini hanno una cosa che li accomuna, e questa è la possibilità di comunicare tra loro. Per comunicare intendo il reciproco scambio di pensieri, di idee, di sensazioni. Se il lupo sapesse parlare il pecorese, e la pecora il lupano, stai tranquilla, che già pecora e lupo si sarebbero trovati in perfetta alleanza per venir contro noi uomini. Non solo, noi uomini non abbiamo mai voluto imparare nessuna delle due lingue, ma non abbiamo voluto imparare neanche quella che ci dovrebbe accomunare come razza umana.”
Poi, rivolgendosi ai nuovi arrivati, continuò:
“ Ritengo che ci siate rimasti male per il mio giudicarvi insipienti senza conoscervi, ma pensate a quanto sia rimasto male lo yeti venuto qui.”
Dopo un attimo di silenzio l’uomo riprese il suo discorso:
” Se io non fossi ospitale, voi due potreste essere considerati da me pericolosi come lo yeti. Immaginiamo che lo yeti sia ipoteticamente il lupo cattivo, o solo per sentito dire cattivo, e lo cacciamo; voi potreste essere le pecore buone che si cibano della mia erba preferita. E allora, che fare? Ancor prima di conoscervi, vi devo cacciare? Quindi se c’è posto per la pecora, ci sarà anche quello per lo yeti. E se tornerà, impareremo insieme ad addomesticarlo.”
E con un sorriso spiazzante, pieno di luce e di infinito, l’Uomo allargò le sue braccia per poi ricongiungerle accostando a sè figlia e nuovi arrivati.
Babu, che ancora non sapeva se lui fosse Totò o Sasà, sentì nel suo cuore una gioia immensa e percepì perfettamente che lì, tutti, stavano ricevendo tutta la felicità del creato mentre il cielo, colorandosi di indescrivibili tinte, continuava a regalare leggeri fiocchi di neve soffici e puri.
Certe volte, si vivono momenti così belli che sembra di sognare!
Elisa si risvegliò di colpo nella sua stanzetta, piena di quadri di Keith Haring alle pareti e di cartoline della Sicilia sul comodino. Babu, l’elefantino di pezza, le stava come sempre accanto. La ragazza si rammaricò che fosse solo un sogno, stava quasi per piangere, poi una voce la riportò nelle sue dolci fantasie, questa volta reali.
“Ecco cornetto e cappuccino, per la mia principessa”, le disse il suo principe, ai piedi del letto. Lei pianse e si lanciò subito ad abbracciarlo, lui sentì finalmente il cuore colmo di gioia, dopo anni di tribolazioni. Babu, invece, pensò che per il suo abbraccio c’era ancora tempo e mosse la sua proboscide verso la squisita colazione.
Carlo Bramanti & Daniela Lampasona




















